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Giovanni Barbisan nasce a Treviso il 6 aprile del 1914. Il padre Natale Antonio,  pittore specializzato nella decorazione di chiese, ha certamente alimentato la vocazione all’arte del figlio, che appena diciottenne si iscrive ai corsi liberi di nudo di De Stefani dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove avrà successivamente come insegnante di decorazione Guido Cadorin e di tecniche di incisione Giovanni Giuliani. Questa esperienza non fu determinante per Barbisan  come dichiara in una lettera scritta nel 1987: «La mia formazione artistica la considero da autodidatta, perché alla Accademia di Belle Arti di Venezia non mi insegnarono nulla»; probabilmente allude alle lunghe assenze da Venezia di Cadorin, che stava eseguendo dei mosaici a Trieste, diversamente Giuliani, dedito al suo allievo, diventa un punto di riferimento per Barbisan. E proprio da Giuliani nel 1935 acquista un torchio che trasformerà la sua casa nel primo Centro d’Incisione di Treviso, presto frequentato da giovani artisti. Nel 1937 inizia ad insegnare al Liceo artistico di Venezia con l’incarico per il paesaggio, che si protrarrà  sino al 1971. Gli anni fino allo scoppio della seconda guerra mondiale sono stati definiti da Rizzi “di studio tenace”, pur dedicandosi prevalentemente alla pittura ad olio e all’incisione sperimenta anche la tecnica dell’affresco, ottenendo nel 1940 il premio dell’affresco alla Biennale di Venezia con Ritorno di legionari, poi acquistata dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Di notevole rilevanza è inoltre l’affresco realizzato  nella cappella del Collegio Vescovile Pio X a Treviso terminato nel 1948. Lo scoppio della guerra lo costringe a ricorrenti spostamenti, dall’Albania alla Grecia, poi in Russia, ed infine nel sud dell’Italia, che determinano un rallentamento della produzione artistica. Giunto a Milano nel 1946, si innamora perdutamente di una diciottenne e pochi mesi dopo la sposa, da allora la vita dell’artista scorre serena: dall’ombroso rifugio di via Monte Piana si allontanerà solo per recarsi a Venezia, dove riprende ad insegnare al Liceo artistico. Le correnti artistiche preponderanti del dopoguerra, quali il neocubismo, il realismo e l’astrattismo non mutano le sue scelte espressive, e, ritenendola meno direttamente a contatto con le tendenze del momento,  sceglie  la tecnica incisoria, soprattutto acquafortistica, per continuare a ritrarre quel repertorio a lui caro, nonché  per le occasioni di confronto più rilevanti a livello nazionale e internazionale. Barbisan ottiene il Premio internazionale per l’incisione e importanti riconoscimenti dalla critica alla Biennale di Venezia  del 1950.

I soggetti scelti dall’artista sono sempre i medesimi: la natura morta di oggetti, di fiori, di frutta, di crostacei, e il paesaggio, ovvero tutto ciò che si vede dalla finestra, la vigna, l’orto, il cavalletto per tagliare la legna, i gelsi, i meli, nulla di più che il proprio spazio familiare. Dell’amata terra veneta egli ritrae i colli asolani, la campagna trevigiana, mentre negli anni Sessanta e Settanta sceglierà di immortalare la natura selvaggia della Maremma toscana.  Come alcuni hanno messo in luce dalle presentazioni e recensioni sull’artista emergono quali tratti comuni della sua produzione artistica: «l’altissima perizia tecnica, il rapporto di adesione vivificatrice con la tradizione figurativa e incisoria veneta, la capacità di trasformare il paesaggio in clima interiore, il peso centrale della luce, il rifiuto di ogni moda e di ogni modernità […]». Nonostante abbia iniziato giovanissimo ad esporre alle più importanti mostre in Italia e all’estero: al 1932 si situa la  prima partecipazione all’Opera Bevilacqua La Masa, e al 1936 si riconduce il suo esordio alla Biennale di Venezia, presenza che si rinnoverà di volta in volta fino al 1966. Sarà solamente a partire dagli anni Cinquanta che l’opera di Barbisan ottiene i dovuti riconoscimenti e l’attenzione della critica. Come precedentemente citato consegue due premi alla Biennale di Venezia del 1940 e del 1950, seguono quindi quelli ricevuti nel 1952 alla Quadriennale di Roma, nel 1953 alla Promotrice delle Belle Arti di Torino, il Premio Burano lo stesso anno, il Premio Marzotto nel 1955, inoltre il Premio La Spezia nel 1957 e nel 1966 il  I° Premio Nazionale “Ardengo Soffici” per la grafica. Contemporaneamente partecipa a molte esposizioni, tra cui vanno ricordate quella ordinata da Giovanni Giuliani nelle sale dell’Opera Bevilacqua La Masa nel 1953, la prima Mostra Collettiva di Incisori Veneti Moderni, ed altre a livello internazionale, da New York a Parigi, da Lima ad Atene. Iniziano ad intensificarsi anche le mostre antologiche: la rassegna dei dipinti di Casa Da Noal a Treviso nel 1973, di oltre duecento acqueforti a Ca' Pesaro a Venezia nel 1974 e riproposta nel 1976 a Palazzo Braschi in Roma, e quelle tenutesi a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta nel 1978 e nel 1982.

Le sue opere figurano alle gallerie d’Arte Moderna a Venezia, Roma, Verona, Torino, Treviso, nella collezione del Castello Sforzesco a Milano, al museo di Stoccolma ed in altre raccolte pubbliche e private.

Giovanni Barbisan muore improvvisamente ad Orbetello il 17 giugno del 1988, nella Maremma che divenne il soggetto prediletto nelle sue ultime incisioni.


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BARBISAN GIOVANNI (1914 - 1988)  

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