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SPAZIO ALL'ARTE - In mostra ROBERTO DONATELLI

In tempi di Metaversi che permetterebbero l’accesso a dimensioni multiple, in cui la differenza tra “reale” e “virtuale” continuerebbero a percepirla soltanto i condannati a morte mentre il cappio gli scivola sul collo; in tempi, dunque, di accesso a trasmigrazioni inedite del corpo in qualcos’altro che un tempo si chiamava “anima”, vanno ricordati alcuni precedenti autorevoli: 1. I miti cosmologici che hanno caratterizzato tutta una nutrita serie di civiltà pur tra loro lontanissime nel tempo e nello spazio, da Gilgamesh agli antenati divini polinesiani. Si tratta di costruzioni immense, di vicende illuminate da bagliori cosmici, di un tempo (appunto mitico) in cui gli umani hanno saputo immergersi. Tutto fantasioso, direbbero alcuni, ma al contempo tutto reale, ci dice una mole immensa di testimonianze etnografiche.

 L’arte vi ha sempre attinto: dai feltri centroasiatici con i loro “alberi della vita”, ai labirinti dei “velluti” Showa (attuale Congo), alle feroci macchine da guerra che si dispongono nei Lakai uzbeki; dalle canoe che solcavano i mari del Sud alle Cosmogonie bizantine e sino alle esplosioni “spiritualiste” di Kandinsky. Chi sa ancora afferrarne la sostanza, senza scadere nello splash cosmico genere “guerre stellari”, con gli astronauti dalle orecchie a punta, vestiti come gli ufficiali della “Vedova Allegra”, appartiene a quella Storia, da cui far derivare il solo significato plausibile di ciò che chiamiamo “arte astratta”, termine altrimenti privo di significato. E infatti ritengo che Roberto Donatelli, la cui arte riferisco a quella Storia, avrebbe gran difficoltà a definirsi genericamente un pittore “astratto”. Nei suoi lavori non vi è sottile slittamento di colore, improvvisa apparizione di blu sontuosi, abbacinante cascata d’oro che non siano più reali del reale comunemente ammesso, come ci confermano le stratigrafie dell’universo tracciate dalla moderna cosmologia.

Il suo non è un mondo fantasmagorico percepito per pura intuizione. Quando a un ciclo di opere dà il titolo “Equazioni” utilizza non a caso un termine matematico, che sottolinea quanto la complessità delle relazioni cromatiche, le stesse intensità luminose, possono essere solo quelle che egli sceglie e non potrebbero diventare altre: “Le equazioni hanno un risultato esatto” - afferma con chiarezza, pur essendo senz’altro consapevole che, storicamente parlando, la  scienza nasce da una costola particolarmente caparbia della magia. Magia che percepisce senz’altro chi ne guarda le opere, ma che non manca nemmeno nel procedimento “caparbio” che le rende possibili esattamente come egli le calibra, con attenzione spasmodica a ogni particolare. Anche l’arte di maggior contenuto emozionale non può fare a meno di amare “la regola che corregge l’emozione” (Braque). Alcuni artisti a volte di gran calibro, da Mondrian a Veronesi, amarono definirsi “concreti” e persino, a modo loro, “realisti”: sia per reagire alla genericità di un termine come “astratto” che per rivendicare la loro pittura come più reale di qualsiasi mimesi delle sembianze del mondo. Per l’arte di Donatelli, che come per ogni artista degno di tal nome va misurata comunque con il mondo in cui scorrono le nostre vite, parlerei piuttosto di “realismo cosmologico”. E mentre si misura con i risultati fantasmagorici dell’astrofisica, vi mantiene anche le distanze, ripercorrendo l’emozione non meno cosmologica delle grandi narrazioni mitiche di cui sopra, e delle civiltà artistiche che vi s’immersero. A tal proposito non so quanto Donatelli mi abbia chiesto un testo perché al corrente dei miei interessi per l’arte dei luoghi che ho appena evocato. Perché se intendeva misurarli con le sue opere ha colto nel segno. Il suo linguaggio di cromatismi preziosi, di luminosità trascendentale, in una parola quell’idea stessa di spiritualità e insieme di valore assoluto contenuta nell’immanenza dell’oro, sono magari diversissime nel risultato ma in sintonia profonda con l’algebrica magia, in cui nulla è casuale, e a volte anzi rigorosamente determinato, di quelle civiltà artistiche. C’è da precisare che in esse, quanto nell’arte di Donatelli, il gioco delle sintonie, delle affinità, delle fascinazioni è fatto di necessità e di sorpresa. E tutto questo può aiutarci a volare almeno e ancora nei nostri sogni, prima che sembri possibile solo nelle scatole di latta confezionate da Tesla.

Enrico Mascelloni V Vitaliano Corbi, nel 1983, scriveva a proposito di Roberto Donatelli che, poco più che ragazzo, dipingeva già con un’appassionata partecipazione al mondo che andava evocando sulla tela, ma anche con una intelligenza intensamente rivolta a interrogarsi sulle ragioni della pittura e a cercare in essa un nucleo di possibilità, tanto da apparire ostinato e incomprensibile a molti suoi coetanei che avevano dismesso l’arte della pittura ancora prima di apprenderla, per dedicarsi, sull’esempio della generazione precedente, ai presunti rigori delle analisi concettuali e alle generose illusioni degli interventi estetici nel sociale. Questa possibilità per Donatelli risiede nella riflessione esistenziale, momento topico della pratica pittorica degli inizi, durante la quale il tema del corpo, inteso come luogo esperienziale, fa affiorare sulla tela i segni di profonde situazioni traumatiche, di avvenimenti vissuti con intensa ed oscura risonanza emotiva, di immagini rimandate da un’opera all’altra, come in un incubo o in un gioco circolare di specchi. In un momento in cui si andava teorizzando quel ritorno alla pittura che avrebbe visto poi, negli anni Ottanta, il formarsi di gruppi quali la Transavanguardia e gli Anacronisti, sostenuti entrambi da critici di primo piano, Donatelli sceglieva una strada al bivio tra espressione e sogno, frutto appunto di una riflessione esistenziale capace di suggerire il tormento e la disperazione attraverso le figure rappresentate.

Di questo primo periodo è la serie Nero napoletano (le cui opere vengono realizzate a più riprese dagli ’70 al 2000) di cui scriveranno inizialmente, con molto trasporto, Corbi e Crispolti e ribadendo entrambi che il clima onirico in cui l’artista immerge le sue immagini è capace di suggerire l’idea dell’apparire e dello scomparire allo stesso tempo. Le figure, scriveva Corbi, sembrano percorse da bagliori improvvisi, sono come sospese nell’ombra di vecchi salotti napoletani o richiamate da remote profondità seicentesche. Ancora durante gli anni Ottanta Donatelli presenta opere dal carattere prevalentemente erotico, in cui domina un’atmosfera onirica animata da presenze simboliche: un clima visionario caratterizzato da una scrittura pittorica ricca, minuziosamente analitica. Crispolti, per la mostra Roberto Donatelli. Tra visionarietà ed erotismo scriveva: “Così Donatelli ripropone la sua diversità la sua solitaria avventura immaginativa, che sfugge ogni facilismo, di mano quanto di idea, in una parola, ogni agevolazione di moda (apparentemente) vincente”. Nel 1988, la mostra Territori, è una vera e propria sinfonia di colori e la figurazione lascia il passo a composizioni poetiche in cui appare in nuce l’alfabeto astratto di Donatelli: un insieme di segni che pian piano diventeranno sintassi primaria del lavoro dell’artista. Alternando astrazione e figurazione, vedi ad esempio la mostra Maiuscole, dove limoni d’un giallo mediterraneo e solare si stagliano su fondi che presagiscono le opere più recenti: “Roberto Donatelli, dipinge la sua epopea, che si può nutrire GOCCE DAGLI DEI  di natura e di architettura, di paesaggio e di sfondo fatturale, in un fascinoso itinerario di traduzione del reale, in sospensione figurale, marcandone le apparenze, al punto di comunione tra le cose in sé e la sua immagine, con quel tanto di trasfigurazione che scopre l’artificio e lo rende immediato nella sua immediatezza di forte apparizione.

La particolarità stà nella trattazione del colore, nella sua corporalità d’armonizzazione del silenzio, della leggera decantazione degli odori, dei sapori, della tattilità. Tutto si tiene, in una narrazione fertile, fatta di istintività e razionalità aderenti ad una moderna emozionalità, che non è reale e neanche realistica, per quanto possa sembrare mimetica fino all’esuberanza, anche quando parte da una natura morta, sia essa un’arancia, sia essa un limone, tradotti in metafora surreali, onirica, come se fosse stata contagiata da una dritta di Magritte o da un rovescio di Dalì, in un realismo visionario” (Gallo Mazzeo). E questa traduzione del reale di cui parla Gallo Mazzeo, tra sospensione figurale e particolare trattazione del colore, dà vita alle recenti serie Baroque waves e Equazioni di cui Gocce dagli dei è diretta prosecuzione. E se l’idea di metallo lucente presente nelle opere della serie Nero napoletano sembrava liquefarsi nel movimento di corpi e oggetti qui diventa, nell’accezione argento e oro, prezioso ornamento delle tele, accostato a tonalità più neutre che vanno dal grigio al bianco oppure a colori minerali come il blu cobalto, il rosso scuro o il verde smeraldo. Una pittura preziosa, che ha mantenuto tutto l’estro di quel barocco napoletano o delle pitture pompeiane che appartengono al passato di Donatelli ma che fanno parte, comunque, di quell’orizzonte partenopeo che è sempre presente nel suo lavoro anche se ormai completamente svincolato da modelli esterni perché diventato linguaggio unico e personale di un’artista che ha compiuto e continua a compiere un personale cammino di ricerca.

Giulia Tulino

 

ROBERTO DONATELLI Gocce dagli Dei Olio e smalti su tela 100 x 140 cm 202

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