Nel 1916 Biasi si trovava ricoverato all'Ospedale di Treviglio per una ferita di guerra che lo avrebbe lasciato claudicante. I disegni e i dipinti che eseguì durante la convalescenza contribuirono a farlo conoscere nell'ambiente lombardo, gettando le basi di una popolarità che lo avrebbe convinto, al termine della degenza, ad aprire studio a Milano. L'opera in esame, così come il dipinto cui è collegata, rappresenta al meglio lo stile con cui l'artista si sarebbe affermato negli anni della guerra: un linguaggio decorativo ispirato alla Secessione viennese e soprattutto all'esempio di Gustav Klimt, pittore la cui fortuna in Italia aveva conosciuto un'impennata dopo la sala personale tenuta nel 1910 alla Biennale di Venezia. Come Klimt, Biasi concentra il proprio interesse sulla figura femminile, vero centro della sua pittura in questa fase della sua carriera. Le due protagoniste del dipinto - una giovane suonatrice di fisarmonica e una bambina con un mazzo di fiori in mano - si accampano su un fondo unito e privo di profondità spaziale; le indicazioni ambientali sono ridotte al minimo, il paesaggio è inesistente. Le figure sono definite per mezzo di una stilizzazione sintetica, che spiana i volumi riducendoli a preziose scheggiature e mette in risalto i contorni. La gamma cromatica, tenuta su toni bassi, si dispiega in accordi smorzati di lilla, rosa e grigi contro il tappeto verde dello sfondo, accendendosi improvvisamente nelle note scarlatte della fisarmonica e del mazzo di fiori.
Biasi applica questa maniera di derivazione klimtiana a un repertorio tematico incentrato sul mondo popolare sardo, da lui messo a punto fin dal primo decennio del Novecento e sviluppato attraverso l'attività di illustratore dei romanzi di Grazia Deledda. Attraverso la sintesi formale, l'aneddoto finisce per perdere ogni connotazione realistica; l'accento messo sul ritmo lineare e le delibate notazioni cromatiche sottraggono la scena alla sfera della registrazione etnografica (del resto assai imprecisa, dato che nei dipinti di questo periodo Biasi non offre una descrizione fedele dei costumi tradizionali sardi, ma li modifica e li reinventa a piacimento), facendola scivolare verso una dimensione favolosa e fiabesca. La stessa continua ripetizione dei soggetti, di cui questo dipinto costituisce un esempio, è funzionale alla creazione di atmosfere sognanti, fatta di suggestioni, immaginazione e memorie più che di realtà osservata. " />
Lotto 0405

L'opera è accompagnata dalla scheda a cura di Giuliana Altea, 3 febbraio 2020.

Il dipinto costituisce uno studio preparatorio, più asciutto nella forma e con minore abbondanza di dettagli ornamentali, per le due figure centrali di una nota tela appartenente alla fase giovanile di Giuseppe Biasi, Ragazze sul prato, a suo tempo pubblicata da chi scrive e da M. Magnani (Giuseppe Biasi, Illisso, Nuoro 1997, fig. 95, p. 78). La scritta "Treviglio 1918" tracciata a tergo del nostro dipinto, sulla cornice, porta a precisare la datazione della tela pubblicata, che va postdatata di due anni.
Nel 1916 Biasi si trovava ricoverato all'Ospedale di Treviglio per una ferita di guerra che lo avrebbe lasciato claudicante. I disegni e i dipinti che eseguì durante la convalescenza contribuirono a farlo conoscere nell'ambiente lombardo, gettando le basi di una popolarità che lo avrebbe convinto, al termine della degenza, ad aprire studio a Milano. L'opera in esame, così come il dipinto cui è collegata, rappresenta al meglio lo stile con cui l'artista si sarebbe affermato negli anni della guerra: un linguaggio decorativo ispirato alla Secessione viennese e soprattutto all'esempio di Gustav Klimt, pittore la cui fortuna in Italia aveva conosciuto un'impennata dopo la sala personale tenuta nel 1910 alla Biennale di Venezia. Come Klimt, Biasi concentra il proprio interesse sulla figura femminile, vero centro della sua pittura in questa fase della sua carriera. Le due protagoniste del dipinto - una giovane suonatrice di fisarmonica e una bambina con un mazzo di fiori in mano - si accampano su un fondo unito e privo di profondità spaziale; le indicazioni ambientali sono ridotte al minimo, il paesaggio è inesistente. Le figure sono definite per mezzo di una stilizzazione sintetica, che spiana i volumi riducendoli a preziose scheggiature e mette in risalto i contorni. La gamma cromatica, tenuta su toni bassi, si dispiega in accordi smorzati di lilla, rosa e grigi contro il tappeto verde dello sfondo, accendendosi improvvisamente nelle note scarlatte della fisarmonica e del mazzo di fiori.
Biasi applica questa maniera di derivazione klimtiana a un repertorio tematico incentrato sul mondo popolare sardo, da lui messo a punto fin dal primo decennio del Novecento e sviluppato attraverso l'attività di illustratore dei romanzi di Grazia Deledda. Attraverso la sintesi formale, l'aneddoto finisce per perdere ogni connotazione realistica; l'accento messo sul ritmo lineare e le delibate notazioni cromatiche sottraggono la scena alla sfera della registrazione etnografica (del resto assai imprecisa, dato che nei dipinti di questo periodo Biasi non offre una descrizione fedele dei costumi tradizionali sardi, ma li modifica e li reinventa a piacimento), facendola scivolare verso una dimensione favolosa e fiabesca. La stessa continua ripetizione dei soggetti, di cui questo dipinto costituisce un esempio, è funzionale alla creazione di atmosfere sognanti, fatta di suggestioni, immaginazione e memorie più che di realtà osservata.

Tecnica: Olio su tela

Misure: 80,00 x 70,00 cm

Anno: 1916


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